Ocse, IBR, Eurostat. I dati sul gap donna-uomo

Ocse, IBR, Eurostat. I dati sul gap donna-uomo

 

Il segretario generale dell’Ocse, Ángel Gurría.

 

In occasione della Giornata internazionale della donna

“Promuovere le pari opportunità è una scelta economicamente intelligente”

il Centro per lo sviluppo dell’Ocse, ha presentato uno studio nel quale si calcola che la disparità di genere nella società e nel mondo del lavoro hanno un impatto “sostanziale” sull’economia globale, con un costo in termini di reddito di circa 12 mila miliardi di dollari, pari al 16% del Pil mondiale. Lo studio sottolinea  che la discriminazione nei confronti delle donne genera un duplice effetto negativo, perchè “riduce sia il livello del capitale umano femminile, sia la partecipazione alla forza lavoro e la produttività totale”. L’Ocse calcola  che se si riuscisse ad eliminarla e a raggiungere la parità di genere, nel 2030 il reddito pro capite medio mondiale arriverebbe a 9.142 dollari, ben 764 dollari in più di quello che si potrebbe ottenere se i livelli di discriminazione restassero quelli odierni. L’effetto sarebbe benefico soprattutto per i Paesi meno sviluppati, che oggi subiscono più pesantemente l’impatto della limitata partecipazione femminile al mondo del lavoro sul loro reddito nazionale. L’organizzazione parigina conclude che per questi motivi “eliminare la discriminazione verso le donne e promuovere le pari opportunità sono sia scelte economicamente intelligenti, sia leve importanti per una crescita sostenibile ed inclusiva”.

Il centro studi internazionali IBR (International Business Center) del network Grant Thornton International, in occasione dell’8 marzo, ha diffuso un rapporto dal quale risulta che il dato italiano del 2016 segna un +3% rispetto al 2015, e si posiziona al decimo posto nella classifica mondiale. Il rapporto sottolinea come a fronte di un trend in crescita delle donne nel management delle aziende, il ruolo di amministratore delegato ha un andamento inverso, le donne sono solo l’11%, nel 2015 era il 14%. Il 36% delle aziende italiane non ha donne in ruoli di direzione, il dato è in calo rispetto al 40% del 2015. I paesi del G7 rilevano i dato peggiore con solo il 22% dei ruoli senior occupati da donne e il 39% delle imprese senza le donne in ruoli di alto livello. I paesi che hanno rilevato il dato più basso sono il Giappone, con solo il 7% ruoli di alto livello tenuti da donne, e la Germania, con il 15%. L’Europa orientale e i paesi ASEAN riportano le più alte percentuali di donne nella leadership al 35% e 34%, rispettivamente, e solo il 16% e il 21% delle imprese con nessuna donna in direzione. La Russia si posiziona in cima alla lista dei singoli paesi con il 45% dei ruoli senior occupati dalle donne, seguita da Filippine a 39%, dove solo il 9% delle imprese non hanno le donne nel top management.

Dai dati resi noti dall’Eurostat, in occasione della Festa della donna, emerge che  in Europa continua ad esistere un gap tra donne e uomini sul lavoro, sia per quanto riguarda lo stipendio che nella scelta o meno del part-time, che aumenta con il numero di figli. L’Italia resta però tra i Paesi virtuosi per uno degli scarti salariali minori registrati tra i 28, mentre si trova a metà classifica per numero di donne con figli che finiscono per scegliere di lavorare a tempo parziale. I dati rivelano che in media nell’Ue una donna a pari mansioni di un uomo guadagna il 16,1% in meno (cifre 2014): i paesi che più discriminano sono Estonia (28,3%), Austria (22,9%), Repubblica ceca (22,1%), Germania (21,6%) e Slovacchia (21,1%). In Italia invece la differenza di stipendio tra uomo e donna è solo del 6,5% e il nostro Paese si qualifica terzo dietro Slovenia (2,9%) e Malta (4,5%), e seguita da Polonia (7,7%), Lussemburgo (8,6%) e Belgio (9,9%). Le donne lavorano inoltre molto più part-time che gli uomini, e più hanno figli più aumentano i part-time: la media Ue registra il 20% di donne che lavorano a tempo parziale, percentuale che sale al 31,% con un figlio, a 39,2% con due e a 45,1% con tre o più. Per gli uomini, invece, è dell’8,2% per chi è senza figli, e scende a 5,1% con un figlio, 4,8% con due mentre sale a 7% con tre o più. L’Italia si situa sopra la media Ue ma in posizione intermedia, con 27,8% per le donne senza bambini, al 35,7% con uno, al 42,1% con due e al 45,1% con tre o più. I Paesi in cui è più alta la correlazione donna-madre-riduzione del tempo di lavoro sono la Germania (25,3% di part-time per le tedesche senza figli, che schizza a 59,4% quelle con un figlio, 74,6% con due, 77,8% con tre o più), poi Austria (rispettivamente 28,9%, su a 57,8%, 73,1% e 73,2%), Gran Bretagna (16,3%, poi 44,5%, 58,2% e 62%) e Olanda (53,6%, e su a 78,7%, 86,1%, e 87,3%).

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